
“Il libro nasce – racconta l’autrice – osservando il mondo che mi circonda, ascoltando le emozioni degli altri e vivendo le mie”. Un percorso narrativo in continuità con il suo stile letterario: una scrittura che ascolta e dà voce alla realtà, capace di portare alla luce ciò che troppo spesso rimane ai margini delle narrazioni sulla violenza di genere.
Ma perché una storia di stalking? La scelta del tema non è casuale, “purtroppo è un argomento attuale, dai quotidiani abbiamo continuamente notizia di donne perseguitate”, spiega l’autrice. Ma la domanda che lei stessa rilancia è ancora più incisiva: perché raccontare lo stalking e non direttamente un femminicidio, dal momento che oggi si parla soprattutto di quello? La risposta è chiara “lo stalking, che è l’anticamera del femminicidio, viene spesso trascurato, minimizzato, ridotto a paura immotivata. Con il mio romanzo voglio dare voce alle emozioni che travolgono la vita di chi lo subisce, far capire quanto si possa essere condizionati da un’altra persona, anche se non si usa violenza fisica”. Una violenza sottile, spesso invisibile agli occhi dei più, e proprio per questo ancora più insidiosa.
Questo libro è anche un invito alla consapevolezza e alla responsabilità condivisa, perché riconoscere la paura significa riconoscere un rischio prima che diventi tragedia. È il tema della prevenzione, che in questo paese – e non solo – resta ancora ai margini del discorso pubblico e spesso anche di quello istituzionale. L’autrice, infatti, spiega “la paura non deve mai essere ignorata, né da chi la subisce né da chi la avverte. Meglio parlarne senza motivo che ignorarla ed esserne sconvolti”.
